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Abbiamo visto nel precedente articolo il fondamento teologico dell’unità tra uomo e donna. Vediamo ora le conseguenze esistenziali di quella realtà che Gesù ha voluto valorizzare dandole la dignità di un sacramento.
A dire il vero il matrimonio, in quanto unione dell’uomo e la donna per il destino buono da Dio voluto per loro, ha già di per sé una dignità incalcolabile; ma la capacità di perseguire questo destino, dopo la catastrofe delle origini che ci ha lasciato in eredità una “debolezza mortale” (come recita una preghiera della liturgia ambrosiana), doveva in qualche modo essere sanata e sostenuta: ecco l’invenzione tutta divina di questo “segno efficace” della grazia (del dono, dell’aiuto efficace) di Dio che è appunto il sacramento del matrimonio. Perché occorre un aiuto speciale di Dio per l’uomo e per la donna in questo compito che è per la loro piena realizzazione e per la realizzazione dell’intera umanità.
Ma innanzitutto è per la loro felicità, per la loro salvezza già da questa terra; perché ogni loro gesto, ogni loro rapporto, ogni loro iniziativa, siano pieni di significato e di gusto, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia…
Se dunque si vive il matrimonio per quello che esso è, (e non come il peso insopportabile della convivenza con un “altro”, con uno diverso totalmente da me, che magari all’inizio mi ha anche affascinato, ma dopo un anno, tre, cinque, cinquant’anni… proprio non ne posso più…) allora diventa anche più semplice educare i figli, rapportarmi con i vicini di casa, partecipare alla vita sociale e politica di un popolo; perché poi c’è sempre la “dimora”, cioè il luogo della mia piena realizzazione con il compagno o la compagna che Dio ha immaginato per me fin dall’eternità, in cui trovo riposo e riparo alle… intemperie della vita quotidiana.
Non sto dicendo che questa “dimora” sia tutta rose e fiori, naturalmente. Perché – lo sa benissimo chi è sposato – c’è tutta la difficoltà di attraversare il grande guado, talvolta burrascoso, della abissale diversità con l’altro.
Ma è per questo che Dio ci ha fatti e non c’è altra strada per realizzare pienamente la nostra umanità. Su questo siamo davvero di fronte all’”aut aut” di Dio. Non possiamo pretendere di inventarci una strada più facile e agevole, perché Dio ha fatto “lui” per la mia felicità e “me” per la sua felicità. Occorre solo che ci convertiamo al “compito”, che è poi la vocazione di ogni attimo della nostra vita. Ma non è un giogo insopportabile; lo diventa se, sotto le apparenti difficoltà, ci dibattiamo con insofferenza e ribellione. Mentre diventa “ giogo soave e leggero” se ci lasciamo investire dalla grazia del sacramento che Dio non fa “mai” mancare a chi gliela chiede.
Ma vorrei soffermarmi sulla necessità di accogliere e abbracciare la diversità dell’altro, sulla necessità del perdono reciproco: non è facile realizzare tale necessità con le nostre deboli forze, anche perché una inclinazione diabolica ci spinge a dimenticare tutti quei pregi che un tempo ci avevano attirato nell’altro, per enfatizzarne i difetti… quasi che noi ne fossimo esenti… Come lui ha bisogno del mio perdono, così anch’io ho bisogno del suo perdono; e chissà… forse sono stata perdonata tante volta senza nemmeno accorgermene!
Certo non è facile perdonare, soprattutto se ci si sente offesi in modo grave (ma spesso si tratta di piccoli torti che, sommati e non adeguatamente valutati, fanno un apparente grande motivo di dissidio insanabile). Ma anche in questo Dio, che ci ha fatti a Sua immagine e somiglianza, non ci lascia soli: lo sa che siamo deboli e incapaci di imitarlo in questa che è la Sua essenza, la Misericordia; perciò ce la insegna facendocene dono tutte le volte che gliela chiediamo per il nostro peccato; e ce la insegna con un gesto oggettivo e inequivocabile che è ancora una volta un sacramento: la confessione. E poi ci dà la forza di ricominciare ogni volta, senza mai stancarci, con il nutrimento del suo Corpo, con l’Eucaristia.
Non è automatico che si riesca a perdonare l’altro di non essere come a noi piacerebbe; però se ci si lascia modellare da Dio con l’aiuto dei Suoi sacramenti, alla fine il perdono accade; come un bel giorno inatteso e insperato… Sì, perché il metodo di Dio è quello di farci desiderare un bene indefinito… ma poi quando ce lo concede, superando di gran lunga ogni nostra aspettativa, e noi abbiamo la grazia di riconoscerlo, diventa una fonte di stupore e di gratitudine…
Ecco, credo che il segreto di una vita insieme per l’eternità, abbia il fondamento proprio in quella che è l’essenza stessa di Dio, la misericordia, che si esprime con il perdono: non può esistere unione indissolubile, cioè conforme al destino che Dio ha immaginato per gli sposi, se non nel perdono reciproco. (continua)>>
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