di Maria Serena P.
-Perché dobbiamo studiare Dante che è morto tanto tempo fa? -
Così mi accoglie l'alunno della terza A, acquisita quest'anno, fingendo di frugare nell'astuccio alla ricerca di una matita, mentre invece sta digitando velocissimo il telefonino per comporre una risposta all'ultimo sms ricevuto.
In classe c'è il solito fermento brulicante di ragazzi che non riescono nemmeno a stare seduti nel banco, non sanno ascoltare, sono già sazi di parole di qualunque provenienza.
Sono appena riemersi, immuni e eccitati, da due ore consecutive di sballo da Elettronica.
Elettronica! il solo nome mi ha sempre fatto venire in mente ambienti grigi e quieti, impercettibilmente ronzanti e palpitanti di immateriali luci digitali. Ambienti asettici e che poco hanno a che vedere con le oceaniche e coreografiche intemperanze del titolare di cattedra che investe, durante la sua lezione, di roboanti decibel e di schizzi di sudore i discepoli provocatori.
Il collega si fa sentire, nel senso che il corridoio, il piano, l'edificio e il viale adiacente tutto hanno a lungo risuonato dei suoi irriferibili ma pittoreschi improperi (te possino ammazzà a te e a tutta la palazzina tua!) nonchè dei botti provocati dai suoi calci alla porta e dalle sediate, lancio del registro e del telefonino sbattuti sul pavimento. (Non ci credete? ho il video che i ragazzi hanno filmato coi cellulari, non li pubblico per ... discrezione.)
Del resto non è preferibile entrare in classe preceduti da un'ora di Chimica, segnata dall'austerità rigorosa dell'unico collega in grado di trasformare, senza rimorsi né dubbi e con una semplice domanda dal posto, le ipercinetiche creature che abitano le nostre aule in esemplari di fossili inerti o materie inorganiche.
Entro dunque, rassegnata a ricominciare a costruire pazientemente il mio castello di carte didattiche e parole, ma... -Non mi ha sentito?- ribadisce perentorio l'alunno con voce più alta dimostrando di essere abituato di rivolgersi all'insegnante peggio di come apostroferebbe una colf smemorata - Perchè proprio Dante? possibile che non ci siano cose più interessanti?-
A domande simili corrisponde nell'anima mia, disposta a fedeltà nei secoli alla poesia in generale e all'Alighieri in particolare, una muta apnea soffocata.
Vorrei rispondergli, con adeguata freddezza, che è la prima volta che un ragazzo mostra tanta insensibilità. Però non voglio trattarli con antipatia; li conosco solo da poche settimane e loro, dopo un brevissimo rodaggio, hanno decretato che non sono abbastanza feroce da impaurirli e che con me possono parlare.
A questa specie di pseudo-idillio stressante corrisponde però una contropartita che non mi ero davvero augurata e che per ora posso/voglio arginare solo in parte.
Secondo loro, infatti, le mie ore di italiano funzionano così: poiché li faccio parlare ed esprimere e di solito non ringhio né mordo allora non sono una minaccia da temere; e dunque hanno deciso di potersi esibire come, quanto e quando credono.
Ed ecco il copione dell'ora di Italiano in terza A telematico: sei ragazze e tutti gli altri maschi.
All'inizio mi aspettano fuori della porta sparpagliati lungo tutto il corridoio e, sperando di patteggiare sulle attività da svolgere in classe, mandano avanti una delle tre Silvie della classe come ambasciatrice della petizione "Oggi non facciamo lezione per favore...."
Dopo aver ricevuto una necessaria ed opportuna sgridata entrano nell'aula vociando, spingendosi e spesso tirandosi qualche cazzotto (per pura amicizia!); si dirigono verso i banchi e li squadrano come se li vedessero per la prima volta, si scambiano le sedie, traslocano i tavolini, si ammucchiano in venticinque tutti su una fila e lasciano i due terzi dell'aula praticamente disabitati. Durante la lezione tenderanno a migrare lentamente a seconda di come entra il sole dalla finestra.
Apro il registro di classe e, istantaneamente, inizia ad agitarsi la "piazzetta", così ho soprannominato (e se ne sono anche compiaciute) un gruppo di quattro ragazze piuttosto energiche, e per niente simili alle sofferenti ed angeliche eroine dei testi letterari che dovrò costringerle a studiare. La "piazzetta" dà forma e vita ad un crocchio agitato e pestifero che si scambia gomitate e spallate, che pretende di riuscire a seguire la lezione imperversando con battute e risatine, che chiacchiera come comari paesane sedute sull'uscio di casa scambiando (con un picchiettante sottofondo di tic-tac dei ferri da calza) frenetiche notizie sui pupi, la suocera e il minestrone. Per tutto il tempo la "piazzetta" borbotta commentando la vita della classe e del pianeta mentre si dedica alla decorazione dei quaderni che vengono istoriati con disegni, scritte e scarabocchi.
I maschi sono più, come dire, esposti e diretti: niente risatine, ma dei bei calci nelle reni, niente disegnini, ma lanci fendenti di penne ed astucci, niente diari, ma riviste di moto, niente bigliettini ammiccanti, ma schede del fantacalcio e del picchetto: probabilmente è inevitabile che la domanda -Perché dobbiamo studiare Dante che è morto tanto tempo fa? - arrivi da uno di loro, anzi proprio da quello che ha sempre il cappello in testa e, mentre sta seduto di sghembo e prende a pedate uno zaino a caso, ha lo sguardo obliquo a metà tra il telefonino e me.
Sono dunque tentata di dire all'alunno impertinente con il cappellino che lui non può essere in grado, dopo poche lezioni, di dare un giudizio; oppure di citargli il brano in cui Primo Levi in Se questo è un uomo, ricorda come la memoria del canto XXVI dell'Inferno di Dante, nell'inferno di Auschwitz lo abbia aiutato a sopravvivere al campo di sterminio, o anche semplicemente di zittirlo, perchè no? con un sibilante e iperacido - Ma come ti permetti...-
Invece gli faccio un cenno che vuol significare -Avremo tempo di discutere con calma...- e che lui capisce a modo suo per cui commenta: - Non mi vuole rispondere...-.
Ho l'impressione, però, che con la sua provocazione non cercasse una reale risposta; e preferisco pensare che l'onda lunga delle sediate e delle imprecazioni, nonché della gelida modalità intimidatoria delle ore precedenti abbiano provocato un'insofferenza di principio o di bandiera verso tutto; anche perchè l'alunno medesimo per adesso si contenta di riprendere la forsennata digitazione dentro l'astuccio. Ma ostenta la Divina Commedia aperta sul banco.
Li esorto a prendere tutti il testo e li guardo per lunghi secondi, ma evidentemente io non ho lo sguardo di Medusa e loro non si pietrificano, anzi la classe è percorsa dalle solite attività.
Chi chiede un fazzoletto di carta ne riceve il pacchetto al volo e lo restituisce rilanciandolo per aria o avviandolo a disinibite triangolazioni; chi chiede un libro in prestito, e lo ottiene, approfitta per alzarsi a prenderlo e gironzolare per la classe, fermarsi a parlare, affacciarsi un attimo alla finestra e poi tornare al banco tirandosi dietro la sedia e strusciandola sul pavimento facendo il max rumore possibile; chi invece simula di seguire la lezione compila parole crociate tenendo il giornalino sotto il libro e si dimena chiedendo suggerimenti e gesticolando (-Aho! Andrea! Quattro lettere, la prima e la terza so'.... E...- , - E che dice?-,- C'è scritto -Fuggì da Troia!-, - E che ne so? Sarà straniero...-)
Chi vede cadere un pezzetto di carta dal piano superiore si agita come se avesse avvistato l'Enterprise in missione sul cielo di Roma al comando del capitano Kirk ed indica l'evento mulinando le braccia verso il compagno più lontano; chi annuisce compunto fingendo di ascoltarmi ha probabilmente la bocca piena di pizza al salame e carciofini (confezionata da mamma la sera prima) ed inghiotte lentamente, come un pitone che stia ingurgitando una capra d'angora e per lo sforzo ha gli occhi bordati di rosso e microscopiche gocce di sudore sulla fronte che cerca di far passare per commossa partecipazione al viaggio del pellegrino e poeta tout le long de la selva oscura.
Chi ha le mani davanti alla bocca e finge di grattarsi il naso... parla invece degli affari suoi col vicino di banco; chi ha il cappellino poggiato di traverso sul banco ci nasconde dentro uno smartphone o la PSP e gioca come un forsennato facendo finta di ridare forma al copricapo stropicciato.
Chi guarda sotto il banco probabilmente si è appena schiacciato un foruncolo e cerca di asciugarsi (brrr), chi è appena un po' più furbo è abbastanza allenato a ricordare l'ultima parola che ho pronunciato e me la snocciola strafottente e disonesto se lo richiamo all'attenzione:
- Ma sempre con me ce l'ha prof? io la stavo a sentì; vole che je ripeto? stava a dì "...la lupa rappresenta..."-
"Ma smettila, lo sai che non ci casco! ricordi appena due parole e non sai nemmeno di che si parla!"
Ma lui aggiunge con una faccia impassibile da schiacciapatate ed ipocrita come quella di un gatto che ha appena mangiato la bresaola pronta per la cena:
" E lei allora perchè s'è interrotta? è lei che m'ha fatto perdere il filo...."
Ma ci sono quelli che si dichiarano entusiasti di me... "Lei è la mejo pressorè" e sperano che sia sufficientemente vanitosa e rimbambita da bermele tutte le loro lodi interessate... seee...stanno freschi....
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