Momenti Cellulari
(dal diario-libro autentico di Maria Serena P.)
Entro nell’aula e chiedo ai ragazzi della nuova classe se vogliono farmi qualche domanda. Ne ho collezionate molte nel tempo. Negli anni ‘80 si informavano su quanti compiti in classe, interrogazioni e giustificazioni avrebbero avuto, chiedevano se li avrei costretti a leggere libri e brontolavano (cercando alibi ritriti) che le cose lette per forza sono sempre noiose.
Dai primi anni ‘90 gli studenti hanno progressivamente maturato una minore soggezione o una impertinenza maggiore, presentando quesiti più disinvolti: se fossi larga o stretta di voti, se durante le interrogazioni potessero tenere il libro aperto davanti.
E’ stata poi la volta di questioni vagamente requisitorie e informative: il mio voto di laurea e l’orientamento politico-ideologico, il voto alle elezioni.
Negli ultimi anni non sempre è stato facile distinguere tra ansie private e provocazione. Favorevole al proibizionismo? e proprio verso tutte le sostanze, fumo compreso? E perché la scuola non si occupa di educazione sessuale?
Ma la scuola non è esente dalle mutazioni della società né da quelle alterazioni (accidentali) che in un patrimonio genetico danno luogo a modificazioni importanti.
I ragazzi sono in simmetria infatti con le trasformazioni (sociali, economiche, culturali e di costume) positive o negative. Ne mostrano, spesso in forme scoperte, esasperate e probabilmente indifese aspetti che altre categorie sociali, meno spontanee e più formali o attente al bon ton, riescono variamente a mimetizzare.
Quando i nostri non cedono il posto sull’autobus nemmeno a morire, o viaggiano urlando e travolgendo il passeggero incolpevole con gli zaini, depositano i piedi sui sedili o dicono le solite frasi irripetibili sul mondo in generale e su genitori e professori in particolare, non manca mai chi sibili “ma cosa gli insegnano a scuola?”.
Già, ma perché solo a scuola? e cosa si insegna in famiglia? e nella società? e dalla tv? e…
Mutati sono dunque non solo il look o i modelli di cellulare, di motorino e di scarpe, ma i comportamenti, le modalità di relazione, il rapporto con gli adulti.
E imperversano nuove manie di costume, come il culto maniacale del corpo (addominali e pettorali a costo di stravaganze iperproteiche e medicinali, ma anche piercing e tatuaggi, rasature e depilazioni) o le rituali bevute di gruppo che, sottovalutate dagli adulti, conducono tuttavia all’alcolismo in età precoce.
Anche la fede calcistica e lo stadio sono veri e propri riti. La maggioranza dei ragazzi della terza rappresenta, in tutto e per tutto un’estensione della curva sud comprendente boys, brigate giallorosse, ultrà e ultras della magica o meglio dell’A.S. Roma (da pronunciare aesse Roma). La minoranza è un gruppo misto di laziali meno esternanti ma altrettanto esaltati e focosi, come Andrea, che irrora il cortile con il fumo dello scappamento della sua vespa verniciata in biancoazzurro, ed esibisce, con Nicola e Matteo, aquile disegnate dovunque sul corredo scolastico, né mancavano un Fabio sampdoriano, e addirittura un lunghissimo Davide fans e ultrà della Ternana.
I colleghi degli anni precedenti, non avevano colto, nel dna della classe, la presenza di questo speciale gene filocalcistico con effetti monomaniaci. Forse per questo invece di informarsi sui loro compiti o sulla mia età mi hanno chiesto: Per che squadra tifa? per la Roma? e le vede le partite?
In attesa della risposta nell’aula è sceso un silenzio sospeso ed ho detto, con qualche esitazione, che vedo qualche partita e il calcio mi piace pur non essendo tifosa.
Dire la verità è meglio, ma non sempre gradito: mi hanno fissato scettici. Le sciarpe al collo, gli zaini e anche i caschi, i diari, le scarpe, costellati di lupe e sigle disegnate con i pennarelli: tutti genotipi prodotti dalla curva e dal tifo. E’ suonata la campana e si sono riversati a valanga nel corridoio. Uscendo, Marco T. ha “alzato” il coro “Nel cervello soltanto la Roma…!”, eccitati gli altri si sono uniti con toni gutturali ed altissimi, “Il mio cuore batte per te/ per il mondo seguendo la Roma/ nessun mai t’amerà più di me”.
Il corridoio risuonava di canti dalle parole ingenue, urlate con foga primitiva. Come non riflettere su una passione così assoluta?
L’apparenza restituiva un’immagine di giovani trincerati in un dogma senza religione, un credo senza ideologia per cui contano solo il rito e il gesto, che appariva brutale e istintivo.
Le prof-colleghe delle classi sullo stesso corridoio e che, con le facce ostili e vitree, erano costrette a passare accanto a loro, si affrettavano e li evitavano accelerando il passo: le braccia strette intorno al corpo, lo sguardo accigliato, la bocca serrata.
Il gruppo non si è imbrancato, ma si è aperto come sfidandole a passare in mezzo. Un invito al confronto, dispettoso ma infantile.
Il gridare insieme, che a tanti riti sociali appartiene, stabiliva il contatto; il gesto, il canto, gli slogan comuni concretizzavano e concludevano una esigenza fisica di marcare la presenza e di segnare l’identità per occupare un spazio, quello scolastico, che comunque appartiene a loro e sul quale volevano imporre le regole del loro gioco.Si poteva fraintendere e leggervi una intenzione aggressiva; ma era soltanto un gioco disinibito e sfrenato, chiassoso: irregolare rispetto alle normali usanze imposte dalle istituzioni.
Una sfida alla disciplina tradizionale, non compresa né accettata.
Diego, Simone, Marco, Adriano, Umut, Mauro, Fabio, Ugo, Matteo, Nicola, Riccardo, Federico, Fabietto e… qualche nome angelicato: Davide, Daniele, Gabriele; età sedici anni, almeno dieci in cui la scuola si è variamente interessata a loro: osservandoli, scrivendo schede, valutandoli (con voti e definizioni sintetiche: insufficiente, sufficiente, discreto, ottimo), spesso annoiandoli, selezionando i più dotati ma forse non riuscendo ad emozionarli e rendendoli ancora più diffidenti e selvatici. |
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| Maria Serena P in questa pagina del Diario racconta fatti e personaggi realmente incontrati e scontrati nella scuola |
| Maria Serena P. risponde nel Blog |
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