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Maria Serena P.

Viviamo nella migliore delle scuole possibili e quindi multicultura, intercultura e multietnicità non sono un problema, ma una, soluzione…anzi una alchimia magica.

 
Fioroni e i temi dell'integrazione  
I vs. commenti qui nel Blog di Maria Serena P  

L’argomento  si presta a semplificate e demagogiche asserzioni ed ad affermazioni di principio che rischiano di essere fine a se stesse.
Chi, infatti, potrebbe pensare negare a bambini e ragazzi proveniente da paesi, culture o religioni diverse e che intendano integrarsi nel nostro paese e nel nostro sistema scolastico, il diritto allo studio, la parità dell’inserimento, la vita scolastica? Chi potrebbe pensare che l’educazione e l’inserimento di tutti i bambini e ragazzi non sia un vantaggio per tutto il nostro paese?
Credo siano domande puramente retoriche e che quindi le risposte vadano da sé.

Sull’argomento “integrazione”  esistono diversi documenti del Ministero della Pubblica istruzione.
Citiamo ad esempio dal sito di Viale Trastevere:

“La presenza degli alunni di origine straniera, in progressivo aumento negli ultimi anni, è un dato strutturale del nostro sistema scolastico. L’Italia ha scelto, fin dall’inizio, la piena integrazione di tutti nella scuola, e l’educazione interculturale come dimensione trasversale e come sfondo integratore che accomuna tutte le discipline e tutti gli insegnanti. La scelta di questo orizzonte culturale, insieme al ricco e variegato patrimonio di progetti organizzativi e didattici costruiti e verificati sul campo dalla scuola dell’autonomia, concorrono a definire una possibile via italiana all’integrazione.”
(Il testo completo è su: http://www.pubblica.istruzione.it/dgstudente/intercultura/intercultura.shtml )

Sulle affermazioni di principio non c’è che da prendere atto e c’è poco da indagare ed analizzare.

La questione invece si complica quando il principio si deve applicare e realizzare (o meglio si tenta di applicare o realizzare) dando vita alla integrazione nella concretezza vita quotidiana scolastica.

Si complica proprio dal momento in cui il docente o la docente entrano nell’aula, chiudono la porta ed iniziano il loro lavoro con la classe.
Per chi l’ha provato è un momento straordinario ed assolutamente particolare in cui si mescolano curiosità e ansia, strategia e metodo, responsabilità e comunicazione… e qualche volta panico o magia.E’ il momento del reciproco studiarsi e del riflettere; in poche ore (a volte in pochi minuti) si stabilisce o si dovrebbe stabilire “il contatto”, si deve innescare il dialogo, aprire una partita.
Già….come in un “gioco” sociale e pedagogico.  Ma su quali basi e con quali regole?

Quando la grandissima parte dei ragazzi proveniva da aree sociali e culturali affini (pur nella fisiologica, inevitabile, necessaria e utile varietà) il sostrato comune costituiva un’area di riferimento non solo culturale, ma collettivo anche se generico. 
Il sentire e l’esperienza comuni prevalevano e quasi tutti i concetti di partenza erano chiari ed evidenti: si trattava di capirsi, di progettare e di costruire; si trattava di stendere una tessitura comune, di ribadire che i diritti e doveri erano uguali per tutti.
Ma le fondamenta c’erano.

Le somiglianze erano maggiori delle differenze e tutti i riferimenti (da quelli verbali a quelli culturali, religiosi, sociali o riferibili ad abitudini e costumi) si apparentavano ad una stessa matrice.

Ma adesso non è più così. E il problema è aperto    

Il Ministero, su questo argomento, ha diramato a giugno 2007 un documento di cui ci occuperemo con l’attenzione che il problema richiede.
Ma prima di  commentare qualunque documento sarà necessario ed onesto mettere da parte ogni ipocrisia.
Il problema non è soltanto pedagogico; ma è un insieme complesso e a volte drammatico di incognite che si intrecciano.
E’ necessario, doveroso ed urgente che vengano fornite strutture e strumenti e non solo declamate pensose linee programmatiche.

Una classe non è un gruppo di bambini o ragazzi assemblati insieme con le migliori intenzioni.
Una classe è una realtà sociale eterogenea, diversificata e sempre più spesso conflittuale; può diventare gruppo, amicizia, collaborazione : ma chi riuscirà a ottenere questo risultato e come potrà farlo?
Chi fronteggerà gli eventuali fallimenti? Chi tutelerà i diritti di tutti?
Chi, una volta chiusi fuori dalla porta dell’aula il frastuono dei media e il burocratico cadenzato scandire di parole delle circolari ministeriali, inizierà a lavorare e stabilirà ed attiverà quel contatto “elettrico” indispensabile a far si che un frastagliato miscuglio di ragazzi possa finalmente a dar vita ad una vera “classe di studenti” con cui svolgere proficuamente un programma?
 
Gli insegnanti? Certo, loro.  Ma ancora una volta e sempre gli insegnanti sono soli.

E i miracoli li fanno solo i più bravi tra i Santi.







Fioroni illuminato

 


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